Critics Reviews
Ferruccio Battolini
Pierluigi Carofano - Università di Siena
Veronica Ferretti - "Marco Rindori, Natura senza Tempo"
Ferruccio Battolini
Quando mi trovai, in Livorno, in una giuria, a dover decidere sulla possibilità di premiare o meno un’opera di Marco Rindori, immediatamente mi piacque constatare nell’artista toscano una condizione etico – intellettiva particolare oltre che una forte e leggibile capacità compositiva. Vidi realizzato il binomio creativo e tecnico che esigeva il grande storico dell’arte Roberto Salvini, e cioè la reciproca donazione fra l’entusiasmo del vedere e la spiritualità dell’interpretare. Ma non mi sfuggì un altro valore pittorico: la “semplicità essenziale”, amplificata anche da un impeto interiore per una realtà (con la R maiuscola) depurata da ogni schermo utilitaristico e da ogni abile ambiguità. Compresi che l’uomo – artista Rindori badava alle armonie non ordinarie, pacate, levigate, destinate ad una lunga non deperibilità. Per non parlare di una sorta d’ansia di perfezione, figlia legittima di una calda malinconia e di una voluttà di fermare ogni possibile frammento di bellezza non facile. Lo stesso Rindori parla, a proposito d’alcune sue opere (che non catalogherei nei recenti iperrealismi, né europei né oltre atlantici), di visioni allegoriche e di convivenza di colori ad un tempo solidali e antagonisti, collocati in uno spazio che li contiene tutti senza distinzioni. Mi permetto di aggiungere una riflessione: più che di una gara d’accarezzata bellezza fra i colori parlerei piuttosto di un progetto di armonizzazione fra colore e colore e fra colore e tono (e fra colori e luci), ovviamente molto positivo, quasi ossessivamente positivo. Rindori, che è pittore - guida coscienzioso e consapevole del suo fare artistico proprio per non farsi trascinare da ferrei regolamenti teoretico – espressivi, in una lettera indirizzatami nell’aprile 2000, si autoinserisce in una sorta di minimalismo che acutamente aggettiva con la parola “nobile”: trovo questa definizione puntuale e importante in quanto contiene in se sia il concetto della semplicità insigne (che è poi norma morale d’ogni autentica scelta creativa) sia quello della cosiddetta “umile preziosità”, che molti artisti del Novecento “pluralista”, sia pure con argomentazioni e strutturazioni diverse o collaterali, hanno assunto come uno dei più sani punti di riferimento, anche per controbattere la globalizzante deriva pseudoconcettualistica. Insomma Rindori ha ben chiari i valori compositivi fondanti della “Pittura”: per esempio – almeno mi pare di poterlo affermare – l’opera sua non è più la fedele riproduzione di cose o volti; è piuttosto una realtà inventata (esistente ma soprattutto frutto di un desiderio visivo non comune, non prigioniero della normalità quotidiana). La composizione pittorica dell’artista pistoiese è poi vivificata da una luminosità (razionale e sentimentale) interiore, intensa e profonda. Lo stesso artista dichiara che “l’agire della luce, la sua tonalità (direi le sue tonalità) gli è sufficiente per scoprire diversi punti di vista”. C’è un’altra dichiarazione fattami in sede epistolare che mi piace riferire: “provando a sommare il tempo necessario a vivere anche solo un minuto con quest’ottica riesco ad immaginare tempi quasi infiniti”. Cosa vuol dirci l’artista di Marliana? Vuol farci comprendere che dare ad una dimensione formale un tempo aggiuntivo (e quindi una vitalità addizionata) è come bloccare in positivo il tempo di vita delle cose, e quindi pensare per qualche attimo ad un processo di eternizzazione, impossibile certo, e tuttavia, almeno nell’area dell’immaginazione senza confini, degno di essere compreso nell’ambito dei grandi “difficili auspici”. Oggi si parla spesso, in arte, di oggetti di culto, individuabili in situazioni o prodotti avvolti in atmosfere caratterizzate da forti eccezionalità: Rindori sceglie il criterio della somiglianza magica come momento primario, come emozione durevole. Questa sua capacità di offrirci pieghe, sfumature, raccordi luministici avviene poi attraverso una conoscenza del colore che affascina e sorprende non solamente perché altamente tecnica (e non è questo un gesto, oggi, né facile né frequente) ma perché, direi soprattutto, diventa materia lirica, impronta nitida e linda di un pensiero, di un’intenzione, di un linguaggio. |