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Mostre ed esposizioni

Ferruccio Battolini
Pierluigi Carofano - Università di Siena
Veronica Ferretti - "Marco Rindori, Natura senza Tempo"

"Marco Rindori, Natura senza Tempo" - Veronica Ferretti

Sulle colline pistoiesi, in un piccolo centro – Marliana – ove l’inverno domina e l’odore della legna brucia nei camini, lavora Marco Rindori. Il suo studio si affaccia sul panorama della vallata ed è in questo spazio che il pittore di origine fiorentina realizza sapientemente le proprie opere.
Recentemente alcuni suoi quadri, ispirati alle scene di Bruegel, P. Paul Rubens, Frans Synders e Luis Melendez, sono apparsi all’interno della mostra “Da Renoir a Klee. Autentici o ingannevoli, tra beffe e riscoperte, per non dimenticare Modigliani” curata da Valerio Biscalkin e Alessandro Vezzosi per l’Accademia d’Arte di Montecatini.
Se è vero che il pittore ha voluto conoscere i principi della tecnica esecutiva dei grandi maestri del passato, compiendo approfonditi studi per ricomporre in proprio quel particolare colore o per trattare i supporti pittorici fino a renderli il più possibile simili all’antico, non sì è mai però fermato al mimetismo o alla falsificazione. Il suo lavoro è stato piuttosto volto a riscoprire i caratteri della bellezza stilistica delle Scuole olandese, fiamminga, spagnola o italiana ed a disseppellire quella tecnica, ormai creduta in disuso, che a sfruttare i vantaggi di riproduzioni fedeli per un mercato dell’arte inquinato dalla falsa cultura del “falso d’autore”.
Rindori si è servito della ricerca sull’arte antica per compiere un viaggio a ritroso, per riscoprire la qualità del lavoro artigianale di quel tempo lontano che ancora oggi, con la sua straordinaria bellezza, riesce ad incantare, anche se per solo pochi istanti, lo scorrere del tempo, facendo percepire il mistero dell’eternità e dell’immanenza nella dimensione a-temporale della memoria.
Ed è proprio in questa dimensione di assenza di tempo (timeless) diversa e più profonda, tipica del sogno onirico e della memoria, che si applicano regole totalmente diverse da quelle dello scorrere del tempo. Rindori, infatti, quando è passato alla sua personale produzione - dopo essersi misurato con il grandi del Rinascimento con opere quali “La dama con l’ermellino” di Leonardo,“Il Giudizio Universale” e “Il Tondo Doni” di Michelangelo - si è soffermato a dipingere la dimensione a-temporale del sogno onirico “Ritorno all’innocenza”, “Utopia il regno del sogno”, la memoria “L’armadio del prete” , la ciclicità delle stagioni “Primavera”, “Voglia d’autunno”, “Ancora autunno” e poi le stagioni della vita “Età dell’uomo”, “Omaggio alla madre” .
Nella sua produzione personale collimano Time e Timeless. Il tempo fisico e il tempo psicologico. La percezione della durata e la sensazione prodotta dagli stati d’animo, la percezione dell’orologio biologico della vita e l’immaginazione dell’infinito e dell’eternità. L’uomo è soprattutto una ‘creatura del tempo’, il tempo è il nostro vero elemento nel quale si nasce, si vive e si muore; ma soprattutto siamo esseri divorati dal tempo come ben ci rappresenta Francisco Goya in “Saturno divora uno dei suoi figli” al Museo del Prado.
Consapevole di ciò, l’opera di Rindori vuol essere un tributo alla Natura, ai luoghi senza tempo, ai ricordi che affiorano integri nella memoria, ma vuol anche sottolineare la transitorietà dell’esistenza dell’uomo e della caducità della vita.
Rindori è un pittore che esalta per eccellenza l’assenza di tempo e questo lo esprime nel fiore che diventa simbolo di bellezza e del silenzio.
L’aspetto più interessante della sua pittura è questo doppio sguardo dal passato al futuro e interpreta temi e motivi della pittura Secentesca ma per esaltare il sogno, la memoria che sono visti come spazi vuoti nel nostro tempo frenetico ed estraniante. Il tempo è la realtà, ma è nel senza tempo che si origina il divenire. La realtà è solo uno specchio di quello che l’uomo crea laddove l’immaginazione opera fuori della cadenza quotidiana delle ore e dei giorni. Se nel tempo siamo vincolati nell’assenza di tempo siamo creatori.
In questo modo Rindori ci sottolinea quanto è importante conoscere la dimensione a-temporale e ce lo presenta in opere come, ad esempio, “Pesche su panneggio - dubbi”, dove sembra che egli si apra ad ascoltare la parte più profonda e intima di se stesso. Particolarmente in quest’opera la campitura del quadro è tutta interessata dal bianco panneggio che ricopre un tavolo sul quale sono posti due frutti, uno dei quali è racchiuso dentro un sacchetto di cellophan trasparente. L’inquadratura non lascia intravedere altro, quasi intendesse comunicarci che l’artista stesso è immerso in questo velario che separa la natura delle cose dal mistero del loro essere oltre quel velo del tempo.
Qui i bianchi assorbono tutti i colori dell’iride e diventano rosa, giallo, marrone, verde, grigio per poi gareggiare ancora con le trasparenze e delle venature luminose del contenitore di plastica. Non ci sono certezze, ma solo sfumature di senso.
I due frutti si contrappongono per la loro dislocazione e per la loro conformazione: l’uno elevato e libero, l’altro pesante e prigioniero.
Anche Platone diceva che la realtà fenomenica è come il mondo delle ombre. Come se ci fossero due mondi speculari: da una parte la realtà, dall’altra il suo stato apparente. La vita funge da specchio e riflette quello che noi abbiamo preparato, pensato, sognato nell’assenza di tempo e lo vediamo svolgersi nel tempo.
Rindori ha la rara capacità di cogliere reminiscenze e sedimentazioni di una natura interpretata dal vero, ma anche le cose immaginate in segreto con una eccezionale padronanza tecnica.